domenica, novembre 27, 2005
Sven Nykvist
Ps Scrivo da Milano pensando alle luci che dovrò fare nei prossimi giorni...le spero amiche, compagne e complici!!!
martedì, novembre 22, 2005

Quante differenti immagini che dialogavano in me stanno debordando. Scendono rapide seguendo correnti di pensiero noncuranti se io sia sveglio e in attività oppure cerchi di riposare. Cerco di ordinarmi per poterle scegliere ma loro vanno dove vogliono, sfuggono il padrone,il creatore e il depositario come fanciulli inquieti che rincorrono i loro ormoni al pari dei loro umori.
E’ una strana sensazione quando si prova a gestire quanto ci sfugge e ci canzona come un figlio che cerca la propria strada, che vuole fare la sua vita.
Noi non siamo padroni delle immagini, nemmeno di quelle che crediamo più nostre, solo perché siamo stati in grado di “metterle in cornice”.
Noi non possediamo nulla oltre il nostro ego: questo fardello del quale è difficile disfarsi .
venerdì, novembre 18, 2005
NON SMETTERE DI LEGGERE LIBRI PERCHE' USI LA RETE, SCOPRI TANTO DELLA LETTERATURA AMERICANA DIRETTAMENTE DA UN GRANDE ARCHIVIO SUL WEB
The Naropa Archive Project is preserving and providing access to over 3500 recordings made at Naropa University since 1974. The collection was developed under the auspices of the Jack Kerouac School of Disembodied Poetics (the name of the university's Department of Writing and Poetics) founded by poets Anne Waldman and Allen Ginsberg and contains readings, lectures, seminars, panels and workshops from a constellation of artists who aim at restoring the poet's ancient role as keeper of the culture and social commentator.
Current widespread interest in Oriental religions, environmentalism, political activism, ethnic studies, and women's consciousness is directly indebted to the work of the New American Poets, writers and musicians in the collection.
The mission of the Naropa Archive Project is to enhance appreciation and understanding of post-World War II American literature and its role in social change and cultural criticism.
Partial funding for this project was provided by the National Endowment for the Arts, the National Endowment for the Humanities, the National Academy of Recording Arts and Sciences, and Save America's Treasures. If this collection is important to you please help us preserve it with your donations.
For more information visit our web site at www.naropaarchive.org or email us at archive@naropa.edu.
martedì, novembre 15, 2005
ANCORA SULLA FOTOGRAFIA,LA PAROLA A I. CALVINO
Italo Calvino
L'avventura di un fotografo
Ed.Einaudi,1958
Con la primavera, a centinaia di migliaia, i cittadini escono la domenica con l'astuccio a
tracolla. E si fotografano. Tornano contenti come cacciatori dal carniere ricolmo, passano i
giorni aspettando con dolce ansia di vedere le foto sviluppate (ansia a cui alcuni aggiungono
il sottile piacere delle manipolazioni alchimistiche nella stanza oscura, vietata alle
intrusioni dei familiari e acre d'acidi all'olfatto), e solo quando hanno le foto sotto gli
occhi sembrano prendere tangibile possesso della giornata trascorsa, solo allora quel torrente
alpino, quella mossa del bambino col secchiello, quel riflesso di sole sulle gambe della moglie
acquistano l'irrevocabilità di ciò che è stato e non può esser più messo in dubbio. Il resto
anneghi pure nell'ombra insicura del ricordo.
Frequentando gli amici e i colleghi, Antonino Paraggi, non-fotografo, avvertiva un crescente
isolamento. Ogni settimana scopriva che alle conversazioni di coloro che magnificano la
sensibilità d'un diaframma o discettano sul numero dei din s'univa la voce di qualcuno cui fino
a ieri egli aveva confidato, sicuro che li condividesse, i suoi sarcasmi verso un'attività per
lui così poco eccitante e così priva d'imprevisti.
Come professione, Antonino Paraggi esplicava mansioni esecutive nei servizi distributivi
d'un'impresa produttiva, ma la sua vera passione era quella di commentare con gli amici gli
avvenimenti piccoli e grandi sdipanando il filo delle ragioni generali dai garbugli
particolari; egli era insomma, per atteggiamento mentale, un filosofo, e nel riuscire a
spiegarsi anche i fatti più lontani dalla sua esperienza metteva tutto il suo puntiglio. Ora
sentiva che qualcosa nell'essenza dell'uomo fotografico gli sfuggiva, il segreto appello per
cui nuovi adepti continuavano ad arruolarsi sotto le bandiere dei dilettanti dell'obiettivo,
alcuni vantando i progressi delle loro abilità tecniche e artistiche, altri al contrario
attribuendo tutto il merito alla bontà dell'apparecchio che avevano acquistato, capace (a
sentir loro) di produrre capolavori anche se affidato a mani inette (quali venivano dichiarate
le loro, perché là dove l'orgoglio era puntato a esaltare le virtù dei congegni meccanici, il
talento soggettivo accettava di venire in proporzione umiliato). Antonino Paraggi capiva che né
l'uno né l'altro motivo di compiacimento era decisivo: il segreto stava altrove.
Bisogna dire che questo cercare nella fotografia le ragioni d'un suo malcontento - come di chi
si sente escluso da qualcosa - era in parte anche un trucco di Antonino con se stesso, per
evitare di prendere in considerazione un altro, e più vistoso, processo che lo andava separando
dagli amici. Ciò che stava avvenendo era che i suoi coetanei a uno a uno si sposavano,
mettevano famiglia, mentre Antonino rimaneva scapolo. Pure tra i due fenomeni intercorreva un
indubbio legame, in quanto spesso la passione dell'obiettivo nasce in modo naturale e quasi
fisiologico come effetto secondario della paternità. Uno dei primi istinti dei genitori, dopo
aver messo al mondo un figlio, è quello di fotografarlo; e data la rapidità della crescita si
rende necessario fotografarlo spesso, perché nulla è più labile e irricordabile d'un infante di
sei mesi, presto cancellato e sostituito da quello di otto mesi e poi d'un anno; e tutta la
perfezione che agli occhi dei genitori può aver raggiunto un figlio di tre anni non basta ad
impedire che subentri a distruggerla la nuova perfezione dei quattro, solo restando l'album
fotografico come luogo dove tutte queste fugaci perfezioni si salvino e giustappongano,
ciascuna aspirando a una propria incomparabile assolutezza. Nella smania dei genitori novelli
d'inquadrare la prole nel mirino per ridurla all'immobilità del bianco-e-nero o della
diapositiva-fotocolor, il non-fotografo e non-procreato-re Antonino vedeva soprattutto una fase
della corsa verso la follia che covava in quel nero strumento. Ma le sue riflessioni sul nesso
iconoteca-famiglia-follia erano sbrigative e reticenti: altrimenti avrebbe compreso che in
realtà chi correva il pericolo maggiore era lui, lo scapolo.
Nella cerchia d'amicizie d'Antonino s'usava passare la fine settimana fuori città in comitiva,
secondo una consuetudine che per molti di loro durava dagli anni studenteschi, e che s'era
estesa alle fidanzate e poi alle spose e alle figliolanze, nonché alle balie e governanti, e in
alcuni casi ai parenti acquistati e a nuove conoscenze d'ambo i sessi. Ma poiché la continuità
delle frequentazioni e abitudini non era mai venuta meno, Antonino poteva far finta che nulla
fosse cambiato col passare degli anni e che quella fosse ancora la comitiva di giovanotti e di
ragazze d'una volta, anziché un conglomerato di famiglie in cui egli restava il solo scapolo
superstite.
Sempre più spesso, in queste gite montane o marine, al momento della foto di gruppo familiare o
interfamiliare, era richiesto l'intervento d'un operatore estraneo, magari d'un passante che si
prestasse a premere lo scatto dell'apparecchio già messo a fuoco e puntato nella direzione
voluta. In questi casi Antonino non poteva rifiutare i suoi servigi: raccoglieva la macchina
dalle mani d'un genitore o d'una genitrice che correvano a piazzarsi in seconda fila sporgendo
il collo tra due teste o ad accoccolarsi tra i più piccoli; e concentrando tutte le sue forze
nel dito preposto all'uso schiacciava il grilletto. Le prime volte un inconsulto irrigidirsi
delle braccia deviava la mira a catturare alberature d'imbarcazioni o guglie di campanili, o a
decapitare nonni e zii. Fu accusato di farlo apposta, biasimato per un cattivo genere di
scherzi. Non era vero: la sua intenzione era di concedere il dito come docile strumento della
volontà collettiva, ma intanto di servirsi della momentanea posizione di privilegio per
ammonire fotografi e fotografati sul significato dei loro atti. Appena il polpastrello
raggiunse la voluta condizione di distacco dal resto della sua persona e individualità, egli fu
libero di comunicare le sue teorie in argomentate allocuzioni, inquadrando nel contempo
riuscite scenette d'insieme. (Alcuni casuali successi erano bastati a dargli disinvoltura e
confidenza con i mirini e gli esposimetri.)
-... Perché una volta che avete cominciato, - predicava - non c'è nessuna ragione che vi
fermiate. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà
che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. Se fotografate Pierluca mentre
fa il castello di sabbia, non c'è ragione di non fotografarlo mentre piange perché il castello
è crollato, e poi mentre la bambinaia lo consola facendogli trovare in mezzo alla sabbia un
guscio di conchiglia. Basta che cominciate a dire di qualcosa: "Ah che bello, bisognerebbe
proprio fotografarlo!" e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato
è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna
fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo
quanto più fotografarle possibile, oppure considerare fotografarle ogni momento della propria
vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia.
- Pazzo e stupido sarai tu, - gli dicevano gli amici, - e per di più rompiscatole.
- Per chi vuole recuperare tutto ciò che passa sotto i suoi occhi, - spiegava Antonino anche se
nessuno lo stava più a sentire, - l'unico modo d'agire con coerenza è di scattare almeno una
foto al minuto, da quando apre gli occhi al mattino a quando va a dormire. Solo così i rotoli
di pellicola impressionata costituiranno un fedele diario delle nostre giornate, senza che
nulla resti escluso. Se mi mettessi a fotografare io, andrei fino in fondo su questa strada, a
costo di perderci la ragione. Voi invece pretendete ancora di esercitare una scelta. Ma quale?
Una scelta in senso idillico, apologetico, di consolazione, di pace con la natura la nazione i
parenti. Non è soltanto una scelta fotografica, la vostra; è una scelta di vita, che vi porta a
escludere i contrasti drammatici, i nodi delle contraddizioni, le grandi tensioni della
volontà, della passione, dell'avversione. Così credete di salvarvi dalla follia, ma cadete
nella mediocrità, nell'ebetudine.
Certa Bice, ex cognata di qualcuno, e certa Lydia, ex segretaria di qualche altro, gli chiesero
se per favore scattava loro un'istantanea mentre giocavano al pallone tra le onde.
Accondiscese, ma siccome intanto aveva elaborato una teoria contro le istantanee, si premurò di
comunicarla alle due amiche:
- Cosa vi spinge, ragazze, a prelevare dalla mobile continuità della vostra giornata queste
fette temporali dello spessore d'un secondo? Lanciandovi il pallone vivete nel presente, ma
appena la scansione dei fotogrammi si insinua tra i vostri gesti non è più il piacere del gioco
a muovervi ma quello di rivedervi nel futuro, di ritrovarvi tra vent'anni su di un cartoncino
ingiallito (sentimentalmente ingiallito, anche se i procedimenti di fissaggio moderni lo
preserveranno inalterato). Il gusto della foto spontanea naturale colta dal vivo uccide la
spontaneità, allontana il presente. La realtà fotografata assume subito un carattere
nostalgico, di gioia fuggita sull'ala del tempo, un carattere commemorativo, anche se è una
foto dell'altro ieri. E la vita che vivete per fotografarla è già in partenza commemorazione di
se stessa. Credere più vera l'istantanea che il ritratto in posa è un pregiudizio...
Così dicendo Antonino saltellava in mare attorno alle due amiche per mettere a fuoco i
movimenti del gioco ed escludere dall'inquadratura gli abbaglianti riflessi del sole
sull'acqua. In una zuffa per il pallone Bice che si slanciava sull'altra già sommersa fu colta
col sedere in primo piano volante sulle onde. Antonino per non perdere questo scorcio s'era
buttato riverso nell'acqua tenendo sollevata la macchina e mancò poco annegasse.
- Sono venute tutte benissimo, e questa poi è stupenda, - commentarono qualche giorno dopo,
strappandosi di mano i provini. Gli avevano dato appuntamento nel negozio del fotografo. - Sei
bravo, devi farcene delle altre.
Antonino era giunto alla conclusione che occorreva ritornare ai personaggi in posa, in
atteggiamenti rappresentativi della loro situazione sociale e del loro carattere, come
nell'Ottocento. La sua polemica antifotografica poteva essere condotta solo dall'interno della
scatola nera, contrapponendo fotografia a fotografia.
-Mi piacerebbe avere una di quelle vecchie macchine a soffietto, - disse alle amiche, - montate
su un trepiede. Credete che se ne trovino ancora?
- Mah, forse da qualche rigattiere...
- Andiamo a cercare.
Le amiche trovarono divertente la caccia all'oggetto curioso; insieme perlustrarono mercati di
cianfrusaglie, interpellarono vecchi fotografi ambulanti, li seguirono nei loro stambugi. In
quei cimiteri di materiale fuori uso giacevano colonnine, paraventi, fondali dipinti con
sfumati paesaggi; tutto ciò che evocava un vecchio studio di fotografo, Antonino lo comprava.
Alla fine riuscì a mettere le mani su una macchina a cassetta, con lo scatto a pera. Sembrava
funzionasse perfettamente. Antonino la comprò con un assortimento di lastre. Aiutato dalle
amiche, in una stanza del suo alloggio installò lo studio, tutto d'oggetti antiquati, tranne
due moderni riflettori.
Adesso era soddisfatto. - Bisogna ripartire di qua, - spiegò alle amiche. - Nel modo in cui i
nostri nonni si mettevano in posa, nella convenzione secondo la quale venivano disposti i
gruppi, c'era un significato sociale, un costume, un gusto, una cultura. Una fotografia
ufficiale o matrimoniale o familiare o scolastica dava il senso di quanto ogni ruolo o
istituzione aveva in sé di serio e d'importante ma anche di falso e di forzato, d'autoritario,
di gerarchico. Questo è il punto: rendere espliciti i rapporti col mondo che ognuno di noi
porta con sé, e che oggi si tendono a nascondere, a far diventare inconsci, credendo che in
questo modo spariscano, mentre invece...
- Ma chi è che vuoi far posare?
- Venite domani e comincerò a farvi delle foto come dico io.
-Ma di', dove vuoi arrivare? - fece Lydia, presa da un'improvvisa diffidenza. Solo adesso,
nello studio installato, vedeva che in esso tutto aveva un'aria sinistra, minacciosa. - Te lo
sogni che veniamo a farti da modelle!
Bice ridacchiò con lei, ma l'indomani tornò a casa d'Antonino, sola.
Era vestita di lino bianco, con ricami colorati sui bordi delle maniche e delle tasche. Aveva i
capelli divisi da una scriminatura e raccolti sulle tempie. Rideva un po' di sottecchi,
inclinando il capo da una parte. Antonino facendola passare studiava, in quei suoi modi un po'
vezzosi un po' ironici, quali erano i tratti che definivano il suo carattere vero.
La fece sedere in una grande poltrona, e infilò la testa sotto il drappo nero che guarniva
l'apparecchio. Era una di quelle cassette dalla parete posteriore di vetro, dove l'immagine si
specchia già quasi come su una lastra, spettrale, un po' lattiginosa, separata da ogni
contingenza nello spazio e nel tempo. Ad Antonino parve di vedere Bice per la prima volta.
Aveva un'arrendevolezza, nel calare un po' pesante delle palpebre, nel protendere avanti il
collo, che prometteva qualcosa di nascosto, così come il suo sorriso pareva nascondersi dietro
lo stesso atto del sorridere.
- Ecco, così, no, la testa più in là, alza gli occhi, no abbassa, - Antonino stava rincorrendo
dentro quella scatola qualcosa di Bice che improvvisamente gli pareva preziosissimo, assoluto.
- Ora ti fai ombra, vieni più in luce, no, era meglio prima.
C'erano molte fotografie di Bice possibili e molte Bice impossibili a fotografare, ma quello
che lui cercava era la fotografia unica che contenesse le une e le altre.
- Non ti prendo, - la sua voce usciva soffocata e lamentosa da sotto alla cappa nera, - non ti
prendo più, non riesco a prenderti.
Si liberò dal drappo e si rialzò. Stava sbagliando tutto da principio. Quell'espressione
quell'accento quel segreto che gli sembrava d'esser lì lì per cogliere sul viso di lei era
qualcosa che lo trascinava nelle sabbie mobili degli stati d'animo, degli umori, della
psicologia: era anche lui uno di quelli che inseguono la vita che sfugge, un cacciatore
dell'inafferrabile, come gli scattatori d'istantanee.
Doveva seguire la via opposta: puntare su un ritratto tutto in superficie, palese, univoco, che
non rifuggisse dall'apparenza convenzionale, stereotipa, dalla maschera. La maschera, essendo
innanzi tutto un prodotto sociale, storico, contiene più verità d'ogni immagine che si pretenda
"vera"; porta con sé una quantità di significati che si riveleranno a poco a poco. Non era
proprio con questo intento che Antonino aveva messo su quel baraccone d'uno studio?
Osservò Bice. Doveva partire dagli elementi esteriori del suo aspetto. Nel modo di vestirsi e
acconciarsi di Bice, - pensò, - era riconoscibile l'intenzione un po' nostalgica un po'
ironica, diffusa nel gusto di quegli anni, di richiamarsi alla moda di trent'anni prima. La
fotografia avrebbe dovuto accentuare quest'intenzione: come mai non ci aveva pensato?
Antonino andò a cercare una racchetta da tennis; Bice doveva stare in piedi, di tre quarti, con
la racchetta sotto il braccio, atteggiando il viso a un'espressione da cartolina sentimentale.
Ad Antonino, da sotto la mantella nera, l'immagine di Bice - in ciò che aveva di snello e
adatto a quella posa e in ciò che aveva d'inadatto e quasi incongruo e che la posa accentuava,
- parve molto interessante. La fece cambiare più volte di posizione, studiando la geometria
delle gambe e delle braccia in rapporto alla racchetta e a un elemento di sfondo. (Nella
cartolina ideale che egli aveva in mente ci doveva essere la rete del campo di tennis, ma non
si poteva pretendere troppo e Antonino si contentò d'un tavolo da ping-pong).
Però ancora non si sentiva su terreno sicuro: non stava per caso cercando di fotografare dei
ricordi, anzi, dei vaghi echi di ricordo affioranti dalla memoria? Il suo rifiuto di vivere il
presente come ricordo futuro, al modo dei fotografi della domenica, non lo portava a tentare
un'operazione altrettanto irreale, cioè a dare un corpo al ricordo per sostituirlo al presente
davanti ai suoi occhi?
- Muoviti, cosa stai lì impalata, alza quella racchetta, accidenti! Fa' come se giocassi a
tennis! -s'infuriò tutt'a un tratto. Aveva capito che solo esasperando le pose si poteva
raggiungere un'estraneità oggettiva; solo fìngendo un movimento arrestato a metà si poteva dare
l'impressione del fermo, del non vivente.
Bice si prestava docilmente a eseguire i suoi ordini anche quando si facevano imprecisi e
contraddittori, con una passività che era anche un dichiararsi fuori del gioco, eppure in
qualche modo insinuando, in questo gioco non suo, le imprevedibili mosse d'una sua misteriosa
partita. Quello che ora Antonino attendeva da Bice dicendole di mettere le gambe e le braccia
così e così, non era tanto la semplice esecuzione d'un programma, quanto la risposta di lei
alla violenza che egli le andava facendo con le sue richieste, una imprevedibile aggressiva
risposta a questa violenza che egli era sempre di più portato a esercitare su di lei.
Era come nei sogni, pensò Antonino, contemplando seppellito nel buio quell'improbabile tennista
filtrata nel rettangolo di vetro: come nei sogni quando una presenza venuta dalla profondità
della memoria s'avanza, si fa riconoscere, e poi subito si trasforma in qualcosa d'inaspettato,
in qualcosa che prima ancora della trasformazione già spaventa perché non si sa in che cosa
potrà trasformarsi.
Voleva fare la foto ai sogni? Questo sospetto lo ammutolì, nascosto in quel rifugio da struzzo,
la peretta dello scatto in mano, come un idiota; e intanto Bice, lasciata a se stessa,
continuava una specie di danza grottesca, immobilizzandosi in esagerati gesti tennistici,
rovescio, drive, levando alta la racchetta o abbassandola al suolo come se lo sguardo che
usciva da quell'occhio di vetro fosse la palla che lei continuava a respingere.
- Basta, cos'è questa commedia, non è così che intendevo, - e Antonino coperse la macchina col
drappo, prese a passeggiare per la stanza.
Era quel vestito la colpa di tutto, con le sue evocazioni tennistiche e prebelliche...
Bisognava ammettere che in vestito da passeggio una foto come diceva lui non si poteva fare. Ci
voleva una certa solennità, una certa pompa, come le foto ufficiali delle regine. Solo in abito
da sera Bice sarebbe diventata un soggetto fotografico, con la scollatura che segna un confine
netto tra il bianco della pelle e lo scuro della stoffa sottolineato dal luccichio dei
gioielli, un confine tra un'essenza di donna atemporale e quasi impersonale nella sua nudità e
l'altra astrazione, sociale questa, dell'abito, simbolo d'un ruolo altrettanto impersonale,
come il drappeggio d'una statua allegorica.
S'avvicinò a Bice, si mise a sbottonarla sul collo, sul petto, a far scorrere il vestito sulle
spalle. Gli erano venute in mente certe fotografie di donna ottocentesche, in cui dal bianco
del cartoncino emerge il viso il collo la linea delle spalle scoperte, e tutto il resto
svanisce nel bianco.
Quello era il ritratto fuori dal tempo e dallo spazio che ora lui voleva: non sapeva bene come
si faceva ma era deciso a riuscirci. Piazzò il riflettore addosso a Bice, avvicinò la macchina,
armeggiò sotto il drappo per regolare l'apertura dell'obiettivo. Guardò. Bice era nuda.
Aveva fatto scivolare il vestito fino ai piedi; sotto non aveva niente; aveva fatto un passo
avanti; no, un passo indietro che era come un avanzare tutta intera nel quadro; stava dritta,
alta davanti alla macchina, tranquilla, guardando davanti a sé, come se fosse sola.
Antonino sentì la vista di lei entrargli negli occhi i occupare tutto il campo visivo,
sottrarlo al flusso delle immagini casuali e frammentarie, concentrare tempo e spazio in una
forma finita. E come se questa sorpresa della vista e l'impressionarsi della lastra fossero due
riflessi collegati tra loro, subito premette lo scatto, ricaricò la macchina, scattò, mise
un'altra lastra, scattò, continuò a cambiare lastra e scattare, farfugliando, soffocato dal
drappo: - Ecco, ora sì, così va bene, ecco, ancora, così ti prendo bene, ancora.
Non aveva più lastre. Uscì dal drappo. Era contento. Bice era davanti a lui, nuda, come
aspettando.
- Adesso puoi coprirti, - disse lui, euforico, ma già con fretta, - usciamo. Lei lo guardò
smarrita.
- Ormai ti ho presa, - disse lui.
Bice scoppiò a piangere.
Antonino scoprì d'essere innamorato di lei il giorno stesso. Si misero a vivere insieme, e lui
comprò apparecchi dei più moderni, teleobiettivi, attrezzature perfezionate, installò un
laboratorio. Aveva anche dei dispositivi per poterla fotografare la notte mentre dormiva. Bice
si svegliava sotto il flash, contrariata; Antonino continuava a scattare istantanee di lei che
si districava dal sonno, di lei che si adirava con lui, di lei che cercava inutilmente di
ritrovare il sonno affondando il viso nel cuscino, di lei che si riconciliava, di lei che
riconosceva come atti d'amore queste violenze fotografiche.
Nel laboratorio d'Antonino pavesato di pellicole e provini Bice s'affacciava da tutti i
fotogrammi, come nel reticolo d'un alveare s'affacciano migliaia d'api che sono sempre la
medesima ape: Bice in tutti gli atteggiamenti gli scorci le fogge, Bice messa in posa o colta a
sua insaputa, un'identità frantumata in un pulviscolo d'immagini.
- Ma cos'è quest'ossessione di Bice? Non puoi fotografare altro? - era la domanda che sentiva
continuamente dagli amici, e anche da lei.
- Non si tratta semplicemente di Bice, - rispondeva. - È una questione di metodo. Qualsiasi
persona tu decida di fotografare, o qualsiasi cosa, devi continuare a fotografarla sempre, solo
quella, a tutte le ore del giorno e della notte. La fotografia ha un senso solo se esaurisce
tutte le immagini possibili.
Ma non diceva quello che soprattutto gli stava a cuore: cogliere Bice per la strada quando non
sapeva d'essere vista da lui, tenerla sotto il tiro d'obiettivi nascosti, fotografarla non solo
senza farsi vedere ma senza vederla, sorprenderla com'era in assenza del suo sguardo, di
qualsiasi sguardo. Non che volesse scoprire qualcosa in particolare; non era un geloso nel
senso corrente della parola. Era una Bice invisibile che voleva possedere, una Bice
assolutamente sola, una Bice la cui presenza presupponesse l'assenza di lui e di tutti gli
altri.
Si potesse definire o no gelosia, era insomma una passione difficile da sopportare. Presto Bice
lo piantò.
Antonino cadde in una crisi depressiva. Cominciò a tenere un diario: fotografico, s'intende.
Con la macchina appesa al collo, chiuso in casa, sprofondato in una poltrona, scattava
compulsivamente con lo sguardo nel vuoto. Fotografava l'assenza di Bice.
Raccoglieva le foto in un album: vi si vedevano portaceneri pieni di mozziconi, un letto
sfatto, una macchia d'umidità sul muro. Gli venne l'idea di comporre un catalogo di tutto ciò
che nel mondo esiste di refrattario alla fotografia, di lasciato fuori sistematicamente dal
campo visivo non solo delle macchine ma degli uomini. Su ogni soggetto passava giornate,
esaurendo rotoli interi, a intervalli di ore, in modo da seguire i mutamenti della luce e delle
ombre. Un giorno si fissò su un angolo della stanza completamente vuoto, con un tubo del
termosifone e nient'altro: ebbe la tentazione di continuare a fotografare quel punto e solo
quello fino alla fine dei suoi giorni.
L'appartamento era lasciato nell'abbandono, fogli e vecchi giornali giacevano spiegazzati al
suolo, e lui li fotografava. Le foto sui giornali venivano fotografate anch'esse, e un legame
indiretto si stabiliva tra il suo obiettivo e quello di lontani fotoreporter. Per produrre
quelle macchie nere la lente d'altri obiettivi s'era puntata su cariche della polizia, auto
carbonizzate, atleti in corsa, ministri, imputati.
Antonino ora provava un particolare piacere a ritrarre gli oggetti domestici inquadrati da un
mosaico di telefoto, violente macchie d'inchiostro sui fogli bianchi. Dalla sua immobilità si
sorprese a invidiare la vita del fotoreporter che si muove seguendo i moti delle folle, il
sangue versato, le lacrime, le feste, il delitto, le convenzioni della moda, la falsità delle
cerimonie ufficiali; il fotoreporter che documenta sugli estremi della società, sui più ricchi
e sui più poveri, sui momenti eccezionali che pure si producono a ogni momento in ogni luogo.
"Vuoi dire che solo lo stato d'eccezione ha un senso? - si domandava Antonino. - È il
fotoreporter il vero antagonista del fotografo domenicale? I loro mondi si escludono? Oppure
l'uno da un senso all'altro?" e così riflettendo prese a fare a pezzi le foto con Bice o senza
Bice accumulate nei mesi della sua passione, a strappare le filze di provini appese ai muri, a
tagliuzzare la celluloide delle negative, a sfondare le diapositive, e ammucchiava i residui di
questa metodica distruzione su giornali distesi per terra.
"Forse la vera fotografia totale, - pensò, - è un mucchio di frammenti d'immagini private,
sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni".
Piegò i lembi dei giornali in un enorme involto per buttarlo nella spazzatura, ma prima volle
fotografarlo. Dispose i lembi in modo che si vedessero bene due metà di foto di giornali
diversi che nell'involto si trovavano per caso a combaciare. Anzi, riaprì un po' il pacco
perché sporgesse un pezzo di cartoncino lucido d'un ingrandimento lacerato. Accese un
riflettore; voleva che nella sua foto si potessero riconoscere le immagini mezzo appallottolate
e stracciate e nello stesso tempo si sentisse la loro irrealtà d'ombre di inchiostro casuali, e
nello stesso tempo ancora la loro concretezza d'oggetti carichi di significato, la forza con
cui s'aggrappavano all'attenzione che cercava di scacciarle.
Per far entrare tutto questo in una fotografia occorreva conquistare un'abilità tecnica
straordinaria, ma solo allora Antonino avrebbe potuto smettere di fotografare. Esaurite tutte
le possibilità, nel momento in cui il cerchio si chiudeva su se stesso, Antonino capì che
fotografare fotografie era la sola via che gli restava, anzi la vera via che lui aveva
oscuramente cercato fino allora.
PS: Grazie a http://svuotamenti.splinder.com/ ( Matteo con cui lavorai nel 1996....)
lunedì, novembre 14, 2005

SE ESISTEVANO GLI ETNOLOGI ARMCHAIR VOLETE CHE NON CI SIANO I FOTOGRAFI IN POLTRONISSIMA???
Dacchè una generazione e mezza è stata letteralmente infettata dalla playstation ed io da inguaribile nostalgico rimpiango solo il flipper col quale Tommy sfidava tutti (ascoltare la rock opera degli Who “Tommy” o vedere il film con la regia di Ken Russel) tanta nuova tecnologia ci ha portato in casa le emozioni. Misantropia ad libitum. Se oggi il cinema è l’home theatre che attraverso sofisticati componenti ti regala l’ illusione di essere in una sala cinematografica vera, se i reality ci fanno piangere, ridere e gemere in “compassione” con l’ex famoso/a di turno (per poi rilanciarne la carriera attraverso il pessimo marketing del canto/recitazione/calendario) oggi preda di un sussulto delle mie sinapsi incalzate dalla domanda di una mia allieva dell’Accademia “ma se esisterà la macchina che fa il fuoco dopo aver scattato, quale sarà il futuro della fotografia???” ho avuto una visione di iconoclastia passiva.
Mi spiego meglio : in un futuro che và dalle prossime due settimane in sù verranno realizzati dei filmati di generi vari tipo : guerra,erotico,viaggi, sott’acqua e nell’aere, insetti, le grandi epidemie, il lato esteriore delle grandi religioni, parallelepipedi in libertà, proiezioni ortogonali di un parlamentare onesto etc etc che potrai comodamente ordinare attraverso la rete. Una volta sul tuo lettore li guarderai con cura, frame by frame sino a quando non sentirai il terribile desiderio di eterno, fermerai quel frame, lo isolerai e sarà la tua foto : l’immagine dell’interruzione del movimento. Potrai rielaborarla o lasciarla tale….ma sarà la tua fotografia, perché avrai esercitato la tua scelta…………….e il tutto comodamente da casa.
Resteremo tutti chiusi nelle case a "sentire" a " guardare ed elaborare", mentre le strade saranno popolate solo da carrozzelle di portatori di handicap che rincorreranno le farfalle rimaste vive nonostante le nubi di idrocarburi…..
(continua o finisce così???)
domenica, novembre 13, 2005
Dopo aver fatto l’amore ho scelto l’intensità di piacere relativa all’orgasmo che avevo provato e l’ ho cambiata, dopo aver mangiato la torta di mele mi sono accorto che avrei preferito la confettura di albicocche e ho cambiato l’opzione. Dopo aver ucciso mia madre preda di edipo mi son ricreduto,l’ho resuscitata e ho massacrato mio padre.
Dopo, faccio tutto dopo, perché solo dopo scopro cosa avrei desiderato prima.
(Dal diario di una persona incapace di decidere in tempo reale)
Vi sembra assurdo?
Mica tanto…..oggi si studia l’apparecchio che mette a fuoco le immagini dopo averle scattate !!!
LEGGETE QUI :
domenica, novembre 06, 2005

Dialoghi autunnali sul progresso restando in panchina
IL PROGRESSO
Seneca diceva che gran parte del progresso stà nella volontà di progredire. Tra i tanti motivi dell’evoluzione del digitale, penso alla tecnologia del DVD, oltre che alle macchine (Pc, Mac) e le varie fotocamere digitali mi ha sempre lasciato perplesso un assunto che dava come garanzia la lunga durata nel tempo del prodotto realizzato digitalmente. Riprendo il post precedente , la questione dei graffi sulle foto, le righe sui dischi che facevano saltare il brano o l’accompagnavano con quel tic (che in molti hanno poi campionato e usato nella produzione discografica, su tutti oltre ai trilioni di rapper, anche i Portished e Bjork per dir dei più noti) sono state identificate come delle imperfezioni oggi vinte dalla nuova tecnologia. Per incitarti a disfarti dei VHS la tecnica del DVD si fregia di varie peculiarità : la pulizia di suono e di immagine e la durata nel tempo. Basta riavvolgere la video, basta il puliscitestine ( ora c’è il pulitore del laser)….oggi non avrai più il problema del film che tremola….l’immagine campeggerà a tutto schermo, meglio se panoramico e al plasma. Basta col fruscio della puntina, il laser legge il suono pieno che sembra provenga da un ambiente asettico. La vecchia fotografia, magari graffiata, durava 100 anni se ben fissata, prima di iniziare a deteriorarsi sino a sbiadire, per questo si è ricorsi al bagno di Selenio, prendeva un’intonazione violacea, ma durava 400 anni. La carta è soggetta all’umido, ci sono insetti che se ne nutrono, microrganismi che l’assaltano, funghi ed altro. La nuova tecnologia ti dà dei files, li puoi ritoccare velocemente,alterare e salvare in una cartella. Se li vedi solo a schermo hai pure l’illusione dell’eterno in un nanosecondo, perché anche se lo schermo si distrugge,lo cambi e il tuo file, la tua foto non ingiallisce,non scolora, non viene mangiata da insetti ed altro. Devi avere degli accorgimenti, fare un regolare back up dei tuoi dati, salvare tutto su cd perchè l’hard disk può fare crash. I cd in genere sono argentati, quando fanno l’aureola dorata o si dorano del tutto, non hanno fatto né un bagno d’oro né di Selenio, ma si sono ossidati. La directory s’è cancellata e il tuo lettore lo legge come vuoto, privo di dati. Di fronte al nulla devi trovare un tecnico che operi il recovery e ti estragga tutto dal cd. Di fronte al vuoto del tuo hard disk nuovamente recovery e la speranza di perder il minimo possibile. Quanto dura un cd realmente? Pare circa 50 anni. Cosa devo fare? Salvo tutto su un server, su tre hard disk diversi oppure controllo periodicamente i miei cd zeppi di dati come il produttore di Parmigiano che batte col martello la forma per saper se ha imperfezioni o il vinaio che si controlla le bottiglie una ad una. Se ne trovo uno che si stà dorando lo ricopio immediatamente….deve durare. La fotografia è anche memoria nò?
Questo non te lo dicono quando prendi tutto il tuo armamentario analogico e lo vendi per rifarti la verginità con la nuova tecnologia.
Io non mi sono venduto i miei 1600 vinili, li ho tenuti, voglio comperarmi un piatto nuovo.
Tutto continua e continuerà ad aver bisogno di manutenzione, l’auto come il seno rifatto. Nulla è eterno, nulla dura così tanto….anzi le nuove tecnologie durano molto meno.
Ogni quanto cambi la televisione, il frigo, la lavatrice???Ogni quanto si cambiavano le stesse cose nel 1967/70???
La roba vecchia durava di più, era fatta meglio e meno in serie.
Meglio l’ampli a valvole o il nuovo surround ad effetto teatro???
Meglio i funghi che attaccano la carta stampata o il virus che ti blocca il pc???
Meglio il seno che risente del caldo e del freddo o quello farcito dalla protesi???
Meglio una stampa che dura 400 anni o un file da salvare ogni 50 anni???
Gran parte del progresso stà nella volontà di progredire….e progresso significa : avanzamento contrassegnato da un sempre maggiore aumento di possibilità e da sempre minore costo e fatica.
Sarà vero???
NDR. L'analogico è imparentato oggi più che mai con l'alchimia....acidi,polveri e soluzioni....e anche su Internet potrete trovare ciò che occorre....ma ci vuole : PAZIENZA,TEMPO,VOGLIA E TANTA ATTENZIONE......

VIRAGGIO: Trattamento chimico per mezzo del quale si modifica il colore di una stampa fotografica in bianco e nero. Il viraggio agisce, dopo un bagno di sbianca, cambiando colore al nero dell’immagine. Oltre al suo valore estetico il viraggio rappresenta un utile trattamento per la conservazione nel tempo delle stampe. A questo proposito è particolarmente indicato il viraggio al selenio.
Il viraggio al selenio migliora notevolmente la stabilità dell'immagine nel tempo come tutti i viraggi seppia. In particolare, questo tipo di viraggio è stato usato a inizio secolo, come alternativa (economicamente meno costosa) ai viraggi all'oro e al platino, che venivano applicati alle copie fotografiche da archiviazione, per migliorarne la conservabilità nel tempo.
I toni che si ottengono con questo viraggio sono più tendenti al rosso del corrispondente viraggio al solfuro. Il bagno di viraggio si ottiene sciogliendo sotto agitazione del selenio metallico in una soluzione di solfuro o di solfito alcalino, ottenenendo in tale modo o del selenio solfato o poliseleniuri alcalini. Lo scioglimento del selenio è lento e richiede alcune ore, la soluzione risultante bruno-rossiccia è stabile e si conserva senza problemi.
La soluzione di lavoro dovra essere opportunamente diluita (1 parte di soluzione + 9 parti di acqua), e va buttata dopo l'uso.
VIRAGGIO
(Questa soluzione di riserva va diluita 1:9 per l'uso)
SOLFURO DI SODIO gr. 25
SELENIO gr. 1
ACQUA ml. 100
Con questo unico bagno è possibile virare solo fotografie su carta al cloruro. Con carte al bromuro non si ottiene alcun effetto. Il viraggio si ottiene per immersione della fotografia in questo bagno per circa da uno a tre minuti. La variazione di intonazione è minima e tendente al marrone scuro.
Con questo bagno, è comunque possibile virare anche carte al bromuro, se prima si procede allo sbianchimento mediante una soluzione alcalinizzata di ferricianuro con bromuro, come quella usata per il viraggio al solfuro
SBIANCA
FERRICIANURO DI POTASSIO gr. 30
BROMURO DI POTASSIO gr. 12
ACQUA ml. 1000
Il viraggio così ottenuto da toni piu caldi, tendenti al marrone-rosso. Nel caso si debba procedere alla sbianca prima del viraggio si opera in questo modo:
- immergere la copia nel bagno di sbianca sino a scomparsa o quasi dell'immagine (massimo 4 o 5 minuti).
- lavaggio in acqua corrente per eliminare il velo giallo di ferricianuro
- immersione nel bagno di viraggio sino a ripristino dei toni iniziali
- lavaggio finale (30 minuti)
Il viraggio non deve essere eseguito in locali troppo luminosi o alla luce diretta del sole.
Viraggio al Selenio Links
http://xoomer.virgilio.it/morebacc/6viraggi.htm
http://xoomer.virgilio.it/morebacc/6solfurazione.htm
sabato, novembre 05, 2005

La donna dell'Aviatore - A.Terrile 2005
Stampa ai sali d'argento 30 x 30 cm (proprietà dell'autore)
Meglio vedere la faccia che udire il nome (Proverbio Zen)
Leggo un post recente di qualcuno che vede macchie di sviluppo sulla destra di una mia foto. Non lo sono, ma che gioia, quando qualcosa ci sfuggiva e l’errore prendeva una forma,divenendo un segno. Con i fotoritocchi tutto oggi scompare: spesso la verità,altre volte tocca all’abilità.
Ieri sera sono andato a vedere una mostra di nuovi autori svizzeri che usano la fotografia e ho notato che la maggior parte delle opere erano stampate a plotter su tavola o su carta fine art…..gli acidi e i Sali d’argento non c’erano più….e mancava dell’altro, mancava la fotografia. Troppa attenzione sul significato che si vuol dare alle immagini, ma poca immagine e spesso già vista. Una ragazza diceva che nelle fotografie non c’è solo quel che si vede ma anche un messaggio, un significato. Mio Dio, non occorre chiamarsi Hegel o Adorno per arrivarci, ma la supponenza con cui rilasciava queste sue considerazioni non più da ventenne ma da over 30 mi ha fatto venire la voglia di batterle sulla spalla e dirle che già W Allen aveva abbondantemente satireggiato in Manhattan su quelli come lei che vanno a veder le mostre e devono aprire bocca per dimostrare qualcosa.
Che bella cosa che è contemplare un opera in silenzio.
Anche le collettive alle quali ho partecipato spesso ospitano questi autori “Contemporanei” che si sforzano di segnare il tempo in cui vivono cavalcandone l’estetica. A mè fa schifo l’estetica attuale e mi sgomenta sapere che “l’immagine è ciò che rende il tempo storico”.
Fregarsene di tutto questo ha il prezzo di non esser mai “quello giusto” per quella nuova rassegna, e così passi dall’essere una nuova promessa all’esser vecchio senza accorgertene, perché le “grandi occasioni” spesso hanno dietro dei capitali che finanziano quel tipo di “discorso o tendenza” che ha poi modo di riciclarsi velocemente nella moda,nel design e nell’arredamento.
Sono scettico verso l’Arte perché è dal 1975 che giro gallerie e ho visto nell’ultimo decennio precipitare le cose, ho conosciuto illustri maestri del 900, con alcuni ho persino esposto, ma pochi mi piacciono. Spesso è il nome, solo quello….ecco perché ho scelto di aprire col titolo che è un proverbio zen.
Per il resto che posso dire? Sono già fortunato a fare della mia passione un lavoro, sono fortunato perché ho sempre potuto dire quel che pensavo anche se poi qualcuno mi ha messo da parte. Non è importante quante mostre, quante foto, quante chiacchere si fanno, è importante la coerenza con sé stessi e con gli altri.